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“Voglio diventare Santo, ma non da solo”

  • Categoria: Notizie
  • Pubblicato: Giovedì, 21 Novembre 2013 09:05
  • Scritto da Super User
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“UN’UMILE VITA D’AMORE”. Padre Giuseppe Marrazzo era un sacerdote Rogazionista. Nulla di più. Ma qui c’è proprio tutto. Sacerdote. Perché padre Marrazzo era semplicemente un prete. Per trovarlo bastava entrare nel Santuario di Sant’Antonio (Me) voluto e costruito da S. Annibale Maria Di Francia con l’aiuto di innumerevoli devoti antoniani. Era sempre seduto a confessare, oppure immerso nella celebrazione eucaristica. In apparenza padre Marrazzo era solo questo; ma la grandezza della sua esistenza è conosciuta solo a Dio. La sua umile e serena persona irradiava l’ottimismo e la semplicità dei santi. Padre Marrazzo era un umile del Signore. A sé non attribuiva nulla, tutto rendeva a Gesù perché portava incise nel cuore le parole del Maestro: «Senza di me non potete fare nulla… Io sono la vite e voi i tralci… Rimanete in me». Coloro che lo vedevano pregare e partecipavano alla sua Messa si ritenevano graziati. Padre Marrazzo confessava, diceva una buona parola e aiutava tutti; chi lo vedeva la prima volta veniva spiazzato da un singolare saluto: «fatti santo!» accompagnato dal dono di una caramella.

 Se sant’Annibale ha avuto modo di riconoscersi a Messina in un suo figlio, padre Marrazzo è senza dubbio uno di questi. Quando non era nel confessionale “vagabondava” per Messina. Come il buon Samaritano si avvicinava ai poveri, alle famiglie in difficoltà, agli ammalati, agli anziani. Non era mai solo, ma sempre accompagnato da fedeli laici, uomini e donne, che così apprendevano sul campo come essere buoni Samaritani. Ma quale è stato il dichiarato scopo della sua vita? Su questo punto aveva le idee chiare: «amare il Signore, amare i miei fratelli e farmi santo! Non ho altra aspirazione».

 

“SARETE L’APOSTOLO DELLA CONFESSIONE” Il 9 Maggio 1943 viene ordinato sacerdote. Dal 1948 al 1956 padre Giuseppe esercita il ministero sacerdotale nel Santuario di Sant’Antonio. Al visitatore apostolico della Congregazione dei rogazionisti, il cappuccino padre Angelico,  non sfugge lo zelo del giovane padre Marrazzo e un giorno gli dice: «sarete apostolo del confessionale». Era ciò che padre Giuseppe da sempre desiderava. Ma la profezia sembra sfumare quando nel 1956 i superiori lo trasferiscono all’Istituto Antoniano di Padova con l’ufficio di padre spirituale dei seminaristi e promotore vocazionale. Il breve soggiorno nella città del Santo, che si concluderà l’anno successivo, gli permise di conoscere meglio Servo di Dio padre Leopoldo Mandic’ morto nel 1942. Ne aveva sentito parlare, lo ammirava e lo invocava fin dai primi anni di sacerdozio, desiderando diventare come Lui. Proprio a Padova, il primo ottobre 1956, si rivolge come un bambino alla Madonna chiedendo la grazia che più gli sta a cuore: «essere sacerdote veramente santo e di salvare anime. Mandami ogni giorno anime da aiutare e salvare. Mamma, se ti piace, fammi tornare al più presto a Messina a lavorare nel Santuario come una volta. Fammi essere come padre Leopoldo che confessò circa 40 anni. Mamma, aiutami a diventare santo assieme alle anime affidatemi». Il 31 gennaio dell’anno successivo – sempre a Padova – confidando nella promessa di Gesù, «qualunque cosa chiederete nel mio nome io ve la concederò», chiede il «dono di conquistare i cuori e diventare un altro padre Leopoldo nel confessionale » e aggiunge: «fammi lavorare nella tua chiesa e, se Ti piace, fammi ritornare nel Santuario a Messina». Prima di ogni cosa viene la volontà del Signore! Al nostro Servo di Dio non interessa Messina, ma il Santuario di Sant’Antonio che si trova a Messina, unico luogo in cui i Rogazionisti del tempo potevano esercitare a tempo pieno il ministero della confessione.

  

MESSINA UNA SECONDA PADOVA, Nel 1958 l’obbedienza lo assegna al Santuario di Sant’Antonio in Messina, dove  trascorrerà il resto della vita (escluso un intervallo di due anni trascorsi a Zagarolo, presso Roma). Finalmente la profezia di padre Angelico si realizza. Il suo sogno è sintetizzato in una preghiera indirizzata a padre Leopoldo nel lontano 1952, prima di essere trasferito nella città veneta. «O S. Leopoldo, voi che confessaste per circa 40 anni in Padova, ottenetemi che Messina diventi una seconda Padova per me. Che io diventi santo, e che faccia diventare il nostro Santuario di Sant’Antonio un giardino di virtù e di santi. Fatemi incontrare un buon padre spirituale; che io diventi il padre di tutti, e quelli che si avvicinano a me siano presi dell’amore di Gesù, come il ferro dalla calamita».

 

“MI RIPOSERO’ IN PARADISO.”  Padre Giuseppe è stato un infaticabile buon operaio nella vigna del Signore. Durante le vacanze estive sostituiva il nipote parroco. In Santuario era sempre a disposizione. Tutti a Messina sapevano che a Sant’Antonio c’era un sacerdote sempre pronto ad accogliere i penitenti con un sorriso. Non aveva orari. Quando alla sera si ritirava per riposare diceva immancabilmente al confratello: «se qualcuno telefona rispondi che il padre non c’è … passami solo le telefonate degli ammalati che desiderano confessarsi». Frequentemente arrivavano queste telefonate ed immancabilmente padre Giuseppe, accompagnato da un confratello, si recava al capezzale dei morenti. Il medico da anni gli aveva ripetutamente, ma inutilmente, consigliato di prendersi un periodo di riposo. «Mi riposerò in Paradiso!», rispondeva.

La Messa vespertina del 29 novembre 1992, prima Domenica di Avvento, fu la sua ultima Messa. Parlando della venuta del Signore dichiarava di avere paura della morte, come tutti, ma di confidare nella misericordia del Padre. Quella misericordia di cui era sempre stato instancabile ministro.

Lunedì 30 novembre il sacrista, entrando nel Santuario, non vide padre Giuseppe in preghiera davanti al Tabernacolo. Non era mai accaduto! Doveva essere successo qualcosa di veramente grave, pensò tra sé. Precipitatosi con alcuni confratelli nella povera stanza del Padre, lo trovò serenamente addormentato nel Signore. Alla notizia della sua morte improvvisa persone di tutte le età e classi sociali si son recate a rendergli omaggio. La voce del popolo, si sa, talvolta è anche “profetica”: «È morto un santo!» si sentiva dire; non pochi fedeli hanno preferito render lode a Dio con un Gloria Patri piuttosto che recitare un Requiem

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